In viaggio verso Parigi con la Breccia

RACCONTI DI VIAGGIO IN SELLA AD UNA BRECCIA
In viaggio verso Parigi con la Breccia
Dalla Brianza a Parigi attraverso la feroce Foresta Nera, la solitudine dell' Alsazia e della Lorena, fino alla tour Eiffel di Parigi
In viaggio in bici verso Parigi con Breccia

Preparati: sarà un racconto lungo.

Un’ esperienza come quella di attraversare l’Europa dalla Brianza a Parigi in bicicletta non può essere narrata in poche righe.

Non è un viaggio in aereo o col TGV. Sono milioni di colpi di pedale in totale libertà e solitudine.
Col corpo esposto all’aria e lo sguardo sempre avanti.

Le Alpi, la Svizzera, Zurigo, la Foresta Nera, Friburgo, Strasburgo, l’Alsazia, la Lorena, la Champagne, Parigi

Nell’anno intercorso fra l’ultimo cicloviaggio e questo, ho elaborato questo percorso. Alcuni posti li ho già visti e li conosco, altri no. Tanti punti di domanda sui dislivelli, le pendenze, i chilometri.

Ce la farò?

Bah, prima di partire non lo saprò mai. Tracciando sul computer non si ha mai la sensazione reale di ciò che sarà, ed è giusto che sia così, altrimenti si potrebbe viaggiare direttamente sul computer.

Prima che ciò accada (e accadrà…), questo viaggio vado a farlo in bicicletta.

Ho un punto fermo ogni volta che parto. 

Viaggio leggero. Quest’anno 18 kg. La bici compreso il carico.

Un buon set di attrezzi e ricambi per la bici, un cambio d’abiti adatti a stare in sella (non posso dire da ciclismo perchè non uso abiti da ciclismo) e una giacca antipioggia. Questo e’ tutto.

Solo l’indispensabile, niente per le emergenze climatiche.
Se servirà qualcosa in più lo comprerò sul posto.

Dalla Brianza al Malojapass e il Julierpass

La partenza è alle 5 del mattino di domenica.

La prima tappa prevede di scavalcare le Alpi: il Malojapass e il Julierpass.

La giornata si presenta subito difficile. C’è un’umidità fuori norma. Il solo passare il Lago di Como, la mattina presto, in ombra, col sole ancora dietro le montagne, mi fa arrivare a Colico stanco, accaldato e sudato.

Non si respira, l’aria è pesante e al minimo sforzo, anche solo una leggera salita, inizio a grondare di sudore. L’attacco della salita del Maloja è terribile. Fa caldissimo, sono completamente bagnato fin da subito e grondo sudore da ogni poro.

Faccio uno sforzo molto grande e, pensando ai successivi 7 giorni di viaggio, cerco di limitare al minimo il dispendio di energie. Salgo molto piano centellinando l’energia disponibile a ogni pedalata.
Mi concentro sui panorami che qui sono bellissimi e cerco di non pensare a quanta fatica sto facendo già al primo giorno.

L’umidità eccessiva annebbia i panorami e la mia vista. Si vedono comunque i ghiacciai e la neve.

I mutamenti climatici degli ultimi anni hanno portato a condizioni molto particolari. Freddo a primavera che riempie le montagne di neve e caldo insopportabile improvviso, anche là, dove il caldo non dovrebbe esserci.

Ti trovi così a scalare le Alpi circondato da neve e ghiaccio ma all’interno di un camino caldo, umido, insopportabile. Mi viene voglia di raggiungere la neve e infilarmici sotto.

Finito il Maloja, attacco il Julierpass sperando che salendo oltre i 2000 metri l’umidità e il caldo infernale possano scemare, …ma non e’ così.

Anche la salita al Julier è all’interno di un forno. Vado piano, sempre più piano: ho paura per i giorni successivi, non posso dare tutto qui. Arrivo in cima con 28 gradi.

Solo la successiva e interminabile discesa verso Coira mi regala refrigerio. Al di là dei passi, le condizioni climatiche sono decisamente migliori. Fa caldo anche qui ma è meno umido.

Più tranquillo e con la mente più rilassata, riesco anche a godermi i paesaggi alpini di questa zona che sono bellissimi e meno offuscati dall’umidità fuori controllo dell’altro versante.

Ci sono le montagne altissime e appuntite. I ghiacciai in vetta e neve ovunque. Tanta neve. Questo rende la montagna estiva molto più suggestiva e bella da ammirare. Mi fermo spesso in discesa per guardare i panorami alpini, intervallati dai numerosi laghi in quota che regalano scorci di bellezza estrema.

Arrivo a Tiefencastel dove ho una camera prenotata in un B&B e passo la serata tra le Alpi svizzere girovagando in bici per il paese, mangiando un buon piatto di pasta svizzera.

Attraverso la Svizzera fino a Zurigo

Il secondo giorno prevede l’attraversamento di quasi tutta la Svizzera fino a Zurigo.
La giornata inizia la mattina presto. Raggiungo Coira in circa un’ora e prendo l’argine del Reno.

Da qui la strada si fa bellissima. Attraverso la Svizzera per ciclovie in gran parte sterrate.
Le ciclovie svizzere sono riservate alle bici e solo alle bici. Passano lontane dalle strade. Il territorio è inizialmente montuoso e poi collinare.

Ho scavalcato le Alpi. Le montagne, quelle vere, sono alle mie spalle ma non sono in pianura. Continuo a salire e scendere dalle colline. Purtroppo dopo Coira inizia a piovere; prima un forte temporale e poi pioggia fitta.

Si alza anche un forte vento contrario. La tappa è lunga.

Finito il temporale, che lascio passare rannicchiato sotto un grande albero, indosso la giacca antipioggia e riparto sotto la pioggia battente.

Pioggia che mi accompagnerà fino ai laghi svizzeri del nord: il Walensee e il lago di Zurigo.

Percorro la sponda del Walensee su ciclabile sterrata favolosa e il lago di Zurigo su ciclovia che, a tratti, costeggia il lago e poi sale sulle colline regalandomi viste e panorami mozzafiato.

La Svizzera è straordinaria. Sono riuscito ad apprezzarla anche sotto la pioggia.

È tutto pulito e ordinato. Nulla è fuori posto. Si pedala in libertà sulle infinite ciclovie che attraversano le colline, in salita e poi in discesa. Le ciclovie sono attrezzate con panchine, aree di sosta e acqua pubblica potabile.

I panorami in cima alle colline sono fantastici. Spesso si vede la civiltà sotto. Le autostrade, le statali, le ferrovie, i ponti. Questi vengono lambiti ma mai toccati dalle ciclovie.

Si attraversa tutta la Svizzera, da sud a nord, senza mai confondersi con la confusione e il traffico.

Se dovessi indicare a qualcuno quali strutture creare per consentire alle persone di viaggiare in bicicletta, non farei altro che indicargli ciò che già esiste in Svizzera.

Arrivato a Zurigo passo una bella serata con un amico che vive qui da anni. Zurigo è una bella città. Interamente ciclabile e ciclata. C’è il lago e ci sono i fiumi. Non sono solo balneabili ma anche potabili.
La cura e il rispetto che gli svizzeri hanno per il loro territorio e’ ineguagliabile.

Hanno guadagnato tutto il mio rispetto e e la mia ammirazione.

Nella Foresta Nera verso Friburgo

Il terzo giorno prevede l’ingresso in Schwarzwald (Foresta Nera): da Zurigo a Friburgo.

Nella Foresta Nera sono già stato in bici.

Da quell’esperienza mi sono rimasti degli incubi. Salite lunghe con pendenze impossibili.
Le strade e sentieri, in Foresta Nera, attaccano le montagne di punta e viaggiano dritti fino alla vetta, qualunque pendenza la montagna possa riservare loro.

Percorro il tratto che da Zurigo va verso il confine con la Germania che è abbastanza pianeggiante, con spazi ampi e distese di verde infinite.

L’ingresso in Germania, oltre il Reno, segna il passo.

Il paesaggio cambia d’improvviso. Dalle ampie pianure al bosco fitto, la foresta appunto.

Le prime salite sono dolci ma è solo l’antipasto. In piena Foresta Nera iniziano le prime lunghe rampe.
È tutto come ricordavo. Esattamente come lo ricordavo. La fatica è tanta ma il territorio è favoloso.

Viaggio in salita estrema nella foresta e, in cima, il panorama si apre regalando viste sulle colline, montagne e paesi circostanti eccezionali.

Viaggiare qui mi piace. Ho voluto attraversare la Foresta Nera proprio per questo. Tutta la fatica che faccio è ripagata sempre. Ogni sforzo in salita regala un panorama straordinario, una discesa velocissima su asfalto perfetto o strada bianca, pulita e curata e un incantevole paesino a fine discesa dove potersi bere una rigenerante weizenbier.

Arrivo a Friburgo la sera. Resto sconcertato dalla quantità di biciclette che trovo.

La città è completamente ciclabile. Le strade sono deserte, sulle ciclabili c’è un traffico infernale. Addirittura pericolose in alcuni punti, soprattutto per un “italiota” abituato a difendersi dalle auto e non dalle altre bici.

In Francia verso Strasburgo

Quarto giorno: ingresso in Francia. Da Friburgo a Strasburgo, al confine fra Germania e Francia.

Attraverso la parte nord della Foresta Nera. La giornata è molto simile a quella precedente.
Stessi panorami, stesse salite con pendenze estreme, stesse discese, lunghe, veloci, goduriose.

Arrivo a Strasburgo la sera molto stanco. La Foresta Nera ha lasciato il segno.

Non trovo nulla di sano da mangiare, ci sono escargot ovunque.

I primi segnali delle difficoltà di reperimento di beni essenziali in Francia sono visibili già appena entrato. Poi sarà molto peggio. Mi faccio “costruire” una baguette intera da un paninaro, con prosciutto e verdure varie, e la consumo seduto sugli scalini della cattedrale. Questa è la mia cena.

In solitudine in Alsazia e Lorena, verso Metz

Il quinto giorno è quello dell’Alsazia e parte della Lorena. Da Strasburgo a Metz.

Tappa lunghissima, oltre 200 chilometri. L’Alsazia è un posto eccezionale. Campagna. Quella vera. Colline, colline ovunque. Colline basse. Pendenze dolci. Un po’ verde e un po’ marrone chiaro.

Coltivazioni. Trattori. Stradine piccole e strette. Nessuna auto, proprio nessuna. Paesi di nulla.

Una chiesa in alto, 4 o 5 o 10 o 20 case, la “Marie” (il comune). Null’altro. Bello, affascinante.

Io solo con me stesso. Non incontro nessuno per più di 100 chilometri. Potrei pedalare nudo.

Questa situazione ha i suoi pro: la bellezza estrema dei luoghi, e i suoi contro: niente acqua e niente cibo per tutto il giorno. Non ci sono fontane, solo qualche lavatoio con acqua non potabile.

Anche nei cimiteri l’acqua è “Non Potable”. Assurdo.

Arrivato al limite della possibilità di continuare a pedalare senza cibo e acqua (tutte le mie scorte sono finite), decido di deviare dalla traccia di ben 20 chilometri (da aggiungere ai 200 previsti) per raggiungere un paese che mi sembra più grande degli altri.

Trovo solo un piccolo chiosco fornito esclusivamente di qualche snack e acqua per le borracce nella toilette. Faccio carico di nefandi mars al cioccolato, un litro d’acqua in due borracce e me li faccio bastare fino a fine tappa.

Fine tappa che arriva a Metz, a cui arrivo tardi e stremato.

Il caldo, la mancanza di cibo e acqua, il su e giù continuo, la deviazione dalla traccia che ha accentuato la lunghezza e il dislivello della tappa, mi hanno segnato profondamente.

“Tutta esperienza”, mi dico. Il giorno successivo partirò attrezzato ad affrontare il deserto del Sahara. Questa è la Francia, ma è uguale.

Cancello dalla mia mente le difficoltà e mi restano solo i ricordi belli.

L’Alsazia è un posto meraviglioso proprio perchè manca tutto.

Non c’è civiltà. Non c’è l’uomo. Non ci sono servizi. Non ci sono ne acqua, ne cibo.
Ci sei solo tu con la tua bici e insieme dovete cavarvela.

Punto. Questa è l’Alsazia.

Attraversando Chalons en Champagne

Il giorno successivo, il sesto, prevede l’attraversamento di tutta la Lorena e l’ingresso in Champagne.
Da Metz a Chalons en Champagne.

Tappa molto lunga anche questa, 200 chilometri circa. Tappa molto simile a quella del giorno prima.
Io, la mia bici, e nessun altro. Campi coltivati, colline, colline più alte rispetto al giorno precedente.

Parto con l’esperienza accumulata il giorno prima: con una buona scorta di cibo e acqua.

Questo mi fa patire di meno e gustare di più i luoghi che attraverso. La Lorena è territorio agricolo.
Tante coltivazioni, intere colline coltivate. Stradine strette, spesso sterrate, conducono da una collina all’altra.

Il paesaggio è molto simile ad alcuni già visti in alcuni luoghi in Italia, alcune zone di Langhe e Monferrato per esempio, ma molto più vasto. In Italia dopo pochi chilometri s’incontra qualcosa, un paese, una strada. Qui no. Si fanno 200 chilometri nel nulla più totale senza incontrare nulla e nessuno.

Solo trattori che sfrecciano a velocità sostenuta in stradine più strette di loro.
Il percorso mi piace. Mi piace stare solo con me stesso per così tanto tempo.

Didididi

Spesso mi fermo a riposare. Sdraio la bici e mi siedo in mezzo alla strada.

Non c’è proprio nessuno. Si puo’ fare. I panorami collinari sono sempre belli e in cima alle colline si gode sempre di un’ ottima vista a 360 gradi sui territori circostanti.

Champagne in mezzo ai suoi vigneti

Il settimo giorno è Champagne.

Percorro 20 chilometri di ciclabile sulla Marne e mi butto a capofitto tra le sue colline e i suoi vigneti.
Come tutte le regioni dove si produce del buon vino, le colline sono alte e scoscese. Questo significa che, in bicicletta, si effettuano salite impegnative e discese divertenti.

In Champagne tutto cambia. La Champagne è abitata. Ci sono paesi adorabili, puliti, ordinati, dove risiedono le aziende vitivinicole e dove è possibile degustare champagne e prodotti tipici locali.

I colori passano dal marrone chiaro al verde intenso. Sulle colline più alte è una gran fatica arrivarci, ma tutto viene sempre ripagato da viste bellissime sui vigneti e i paesi sottostanti.

Trovare da bere e mangiare, finalmente, è facile. Dopo 180 chilometri veramente divertenti arrivo a Meaux, una cittadina a 50 chilometri da Parigi, molto carina e piena di posti dove poter cenare all’aperto.

La sera a cena inizio a realizzare che ce l’ho fatta. Sono a 3 ore di bici da Parigi.

Mi concedo di fare un po’ tardi, una buona cena e qualche birra in più rispetto ai giorni precedenti.
Passo veramente una bella serata. Quando la testa si libera dai pensieri, molla la presa, la concentrazione e vede l’obiettivo, è sempre una bella sensazione.

Arrivo a Parigi: è ora di rientrare

L’ottavo giorno è il più facile. Cinquanta chilometri, quasi esclusivamente su ciclabile, ed arrivo a Parigi, fin sotto la torre Eiffel. Un giro per Parigi, la salita a Montmartre, e il treno del rientro alle 7 di sera.

Tutto finisce qui. Una settimana intensa. Una settimana in cui non ti rendi conto di cosa stai facendo.

Mille e trecento (1300) chilometri e tredicimila (13000) metri di dislivello.
Mentre sei in giro non ti rendi conto di nulla.

Il viaggio è bello. Ogni fatica è ripagata. I posti sono bellissimi. Il viaggio diventa la tua normalità, la tua zona di comfort. Le difficoltà esistono solo perchè possano essere superate, perchè non ti fermerà niente e nessuno, perchè oltre la collina, fuori dal bosco, in cima alla salita, dopo il paese, oltre l’ostacolo, c’è sempre qualcosa da fare e da vedere.

Durante il viaggio perdi la cognizione del tempo. Hai tante immagini in testa. Non sai a quando si riferiscano, non sai collocarle. Potrebbero essere immagini di oggi, di ieri o di 5 giorni prima.

Perdi la cognizione del tempo. Vai e immagazzini immagini, odori, sensazioni in maniera confusa e irrazionale. Senza un senso logico e temporalmente corretto.

Quando arrivi a casa, tutto, magicamente, assume un senso logico e sequenziale. Tutti i tasselli prendono una posizione ben precisa, nel tempo e nello spazio.

È questo il momento in cui realizzi cosa hai fatto. Hai fatto una cosa bellissima, grandiosa.
Hai fatto una cosa che resterà dentro di te per sempre. Hai fatto una cosa pazzesca.

La mia vita, il mio esistere, il mio avere un senso, ha bisogno proprio di questo.

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